

126. Il governo Parri: un'occasione mancata?.

Da: G. Carocci, Storia d'Italia dall'Unit ad oggi, Feltrinelli,
Milano, 1975; L. Valiani, Il problema politico della nazione
italiana, in AA.VERSI, Dieci anni. 1945-1955, Laterza, Bari, 1955;
E. Piscitelli, Da Parri a De Gasperi. Storia del dopoguerra. 1945-
1948, Feltrinelli, Milano, 1975; E. Ragionieri, La storia politica
e sociale, in Storia d'Italia, quarto, Einaudi, Torino, 1976;
A. Gambino, Storia del dopoguerra. Dalla liberazione al potere DC,
Laterza, Bari, 1978.

Per molti italiani, soprattutto per coloro che si erano opposti al
fascismo ed avevano partecipato alla lotta partigiana, la nomina a
capo del primo governo dell'Italia liberata di Ferruccio Parri,
dirigente del partito d'azione e figura fra le pi prestigiose
della Resistenza, rappresentava il primo passo verso un profondo
rinnovamento politico e sociale. I contrasti tra le varie forze
politiche su questioni politiche ed economiche fondamentali,
sommati alla necessit di affrontare le numerose emergenze
determinate dalle gravissime condizioni del paese, costrinsero
per Parri ad occuparsi soprattutto dell'ordinaria amministrazione
e, dopo pochi mesi, ne provocarono le dimissioni. Questa breve
stagione politica, pertanto, da molti storici  stata considerata
un'occasione mancata. Le ragioni che impedirono l'attuazione di
una svolta democratica sono generalmente individuate nell'azione
frenante esercitata dalle forze politiche conservatrici e
moderate, dalla debolezza e dalle scelte opportunistiche delle
forze di sinistra, dalle divisioni all'interno dello stesso
partito d'azione, dalla permanenza di strutture, apparati e
organismi di origine fascista. Riportiamo qui le opinioni di
alcuni dei pi noti storici o studiosi italiani che si sono
occupati della questione: Giampiero Carocci, Leo Valiani, Enzo
Piscitelli, Ernesto Ragionieri, Antonio Gambino.


L'azionista Parri, uno dei massimi dirigenti della Resistenza,
presiedette, fra il giugno e il dicembre del 1945, il primo
ministero dell'Italia liberata. Fu il ministero che pi di ogni
altro volle trarre ispirazione dalla carica di rinnovamento morale
espressa dalla Resistenza, il solo che si sforzasse di tenere
presenti alcuni aspetti del nuovo stato adombrato nel CLN. I primi
mesi del governo Parri furono anche il solo periodo durante il
quale Togliatti prese in seria considerazione di attuare alcune
incisive riforme economico-sociali, come la riforma agraria e una
legge sui consigli di gestione nelle fabbriche. Ma Parri non fu in
grado di attuare le riforme, e gi alla fine di settembre cominci
a profilarsi il fallimento del suo tentativo di governo. Cadde in
seguito all'opposizione dei conservatori, manifestata apertamente
dal partito liberale e subdolamente da De Gasperi, e perch alla
subdola opposizione di De Gasperi si un quella, ancor pi
subdola, di Nenni e, alla fine, dello stesso Togliatti. Questi,
valutando realisticamente la debolezza politica del tentativo di
Parri, ancora una volta intese anteporre l'alleanza con le masse
cattoliche a quella col CLN.

Con l'estinguersi della spinta rinnovatrice della Resistenza,
all'interno non meno che nei rapporti internazionali, il governo
ancora da essa istituito, e che non aveva saputo mercanteggiare il
consenso di una parte dei suoi critici a nuove posizioni, meno
avanzate, ma pi salde, di prassi riformatrice, era alla merc
della prima crisi politica. Non essendo stata spezzata con una
legislazione rivoluzionaria che, a differenza di quella del CLN
del nord, avesse i caratteri dell'universalit, durevolezza e
organicit, la continuit giuridica del vecchio stato, era logico
che ci fossero forze interessate a ripristinarne l'autorit e
dunque a premere per la formazione di un governo che si
considerasse servitore di quel medesimo stato e non gi dei conati
di rinnovamento. Che le leggi organiche e la prassi amministrativa
del vecchio stato non fossero pi liberali, ma autoritari,
oligarchici, impregnati di spirito tendenzialmente fascista,
capace di sopravvivere all'eliminazione della dittatura esercitata
dal fascismo stesso, e financo all'accantonamento della monarchia
e all'eventuale proclamazione della repubblica, era cosa che i
partiti moderati non volevano ammettere. Peraltro, se ne poteva
rendere conto chiunque si fosse data la pena di esaminare la
legislazione non soppressa del periodo fascista, il pratico
funzionamento dei congegni amministrativi, soprattutto nella
capitale, anche dopo la caduta del fascismo, il sopravvissuto
ordinamento della polizia, dell'esercito, della diplomazia.

Il primo governo postliberazione avrebbe dovuto restare in carica
sino al referendum e alla Costituzione, ma le forze politiche
avverse alla svolta democratica, da esso solo tentata, non gli
avrebbero mai permesso di affrontare ed eseguire, insieme con le
prime misure di una politica economica espropriativa, due atti gi
di per s rivoluzionari, come quelli della nascita e del primo
sviluppo dello stato repubblicano. Se la costituzione del governo
Parri si rese possibile, al termine di una lunga e grave crisi
politica, questo si deve principalmente al fatto che, da ultimo,
le forze moderate non riuscirono stavolta, come in precedenza, a
spuntarla e dovettero momentaneamente cedere non tanto di fronte
al peso della vittoriosa insurrezione popolare delle regioni
settentrionali - peso, in realt, non troppo fatto gravare sulla
bilancia e per incapacit politica e per la presenza degli alleati
e per tutte e due le ragioni insieme -, quanto dinnanzi
all'entusiasmo e alle speranze suscitate dall'insurrezione,
entusiasmo e speranze che non potevano tanto presto andar delusi.
Nacque, cos, il governo Parri. Ma fu un successo apparente,
risultato di un complicato dosaggio politico, non sua naturale e
ovvia conseguenza.
Con questi limiti e, se si vuole, con questi vizi d'origine,
corroso dall'interno, aggredito dall'esterno, non sorretto a
sufficienza dalle forze della sinistra, il ministero, malgrado
ogni sforzo del suo capo per invertire la rotta gi segnata dai
precedenti governi Badoglio e Bonomi, andava incontro a rapida e
sicura sconfitta. Cominci, per sempre, in tal modo, il tramonto
di una rivoluzione democratica, di un profondo rinnovamento
indolore delle strutture politiche, economiche e sociali dello
stato, ideale perseguito dai partiti di sinistra e in particolare
da quello di azione, il partito che pi lo aveva coltivato e che,
principalmente per questo suo negativo scontro con la realt,
presto scomparve dalla scena politica.

In sede storiografica, ha conservato memoria di s particolarmente
il momento radicaleggiante del PD'A [partito d'azione], col
conseguente rimprovero mosso ai partiti di massa, e in particolare
al PCI, di non aver prestato al PD'A la forza sufficiente per
cogliere l'occasione storica presentatasi nel 1945. Tale
impostazione tralascia, tra l'altro, di considerare la componente
moderata, non soltanto meridionale, che fren lo stesso PD'A nella
sua attivit di governo. Il governo Parri, se fu messo in crisi
dall'offensiva dei liberali, non fu certo sostenuto col necessario
vigore dagli stessi azionisti. Veicolo importante per lo
spostamento sul terreno della lotta a fianco della classe operaia
per la riconquista della democrazia di rilevanti gruppi
intellettuali che, nel primo dopoguerra e anche nel momento della
definitiva crisi dello stato liberale, non avevano acceduto ad un
progetto di unit con le masse lavoratrici, le correnti politiche
momentaneamente raggruppatesi nel PD'A si rivelarono incapaci di
superare lo stadio della lotta politica intesa come atteggiamento
morale. Espressione, in quanto partito di soli intellettuali,
dell'arretratezza della situazione italiana e, insieme, quanto
meno della coscienza della necessit di fuoriuscire da essa, gli
azionisti preferirono logorarsi nel tentativo di definire il
proprio partito come una formazione politica che aveva il compito
di educare i ceti medi italiani alla democrazia, senza per altro
porsi neppure il problema di organizzarli, oppure cercarono di
escogitare formule neosocialiste nell'intento velleitario di
svolgere una impossibile concorrenza nei confronti dei partiti
della classe operaia.

La polizia, le forze armate, la burocrazia statale e parastatale
non riconoscono [...] in Parri il loro capo. Conservatori per
vocazione, amareggiati per la riduzione del loro status economico
e sociale che attribuiscono non alla guerra voluta dal fascismo ma
ai sei partiti che si sono assunti il compito di governare il
paese, spinti ancora pi a destra dalla minaccia della epurazione,
i rappresentanti dell'apparato amministrativo rifiutano
istintivamente gli uomini nuovi giunti a Roma dal nord nella
primavera. In pi questi tradizionali centri di potere sono
usciti dalla guerra notevolmente rafforzati: concretamente, perch
lo stato che si  ricostruito al sud e poi a Roma  il loro
stato, il quale, avendo avuto pi di un anno di tempo per
riorganizzarsi,  anche riuscito, al momento della liberazione del
nord, ad assorbire nella sua struttura amministrativa le regioni
settentrionali e smorzarne le spinte rinnovatrici; e moralmente,
perch avendo rifiutato la loro collaborazione al fascismo
repubblicano e agli occupanti tedeschi, molti di questi
funzionari, pur non avendo mutato in nulla le loro idee retrograde
e perfino autoritarie, hanno trovato il modo di farsi una specie
di nuova verginit e di acquistare cos un diritto decisivo di
parola nel processo di ricostruzione democratica. La continuit
dello stato, intorno a cui tanto in quegli anni si dibatte, non 
quindi affatto un dato giuridico [...] ma la continuit
dell'organizzazione burocratico-amministrativa che, in un momento
di estrema labilit del potere politico, costituisce (anche grazie
all'appoggio costante delle autorit alleate) l'unica struttura
portante del paese, in grado di svuotare in partenza ogni
proposito riformatore e di imprimere al futuro le stesse
caratteristiche del passato.
